“Si è nelle mani della Natura”. Secondo Giorgio Anselmet il lavoro in vigna è sfibrante: “spesso ci fa sentire in colpa perché sottraiamo tempo alla famiglia, le attività in cantina seguono ritmi ferrei”

Giorgio Anselmet è nato ad Aosta nel 1964. Ha impiegato poco tempo a capire che la storia dei giovani che abbandonano l’agricoltura e se ne vanno in città era un po’ debole e che il futuro era in Valle. Ecco che allora si applica con dedizione agli studi presso l’Institut Agricole Régional di Aosta, una scuola all’avanguardia, dinamica, favorevole all’innovazione ma con un profondo rispetto della tradizione. In questi anni si dedica con passione allo sport semi-professionistico diventando uno dei pilastri del Rugby Aosta. Raggiunto il diploma capisce che manca ancora qualcosa e si ferma altri tre anni presso l’Institut lavorando alla sperimentazione in cantina. Una chiamata dalla Crotta di Vegneron di Chambave (AO) lo fa uscire dalla fase di studio e lo ‘sbatte’ in produzione, quella delle cooperative! Un passaggio alla Cave des Onze Communes e, nel 2001, è pronto per entrare in azienda: Maison Anselmet. Un grande confronto iniziale con il padre Renato che aveva intuito la necessità di una crescita, un primo periodo per capire come muoversi in una realtà profondamente diversa da quella delle cooperative e via con una razionalizzazione delle vigne esistenti, un significativo ampliamento di terreni coltivati e la creazione di un ventaglio di vini a dir poco, interessante!! I compiti sono stati suddivisi con equità. Le vigne sono regno di Bruna, moglie di Giorgio, che ne gestisce tutte le attività, eccezion fatta per i due-tre trattamenti annuali. In cantina lavorano invece i due capostipiti e tre giovani promesse: Henri, Arline e Stephanie. Sono la terza generazione e, giusto per far capire le intenzioni, anche i nomi di tre vini della Maison. Questo percorso ha portato Giorgio Anselmet ad una serie di riconoscimenti su diversi fronti, nazionali ed internazionali: “Chardonnay élevé en fût de chêne” si conferma anno dopo anno una eccellenza, “Le Prisonnier” che è ‘solo’ un vino da tavola con una storia centenaria, “Pinot Noir” che si posiziona tra i migliori in Italia, “Arline” un vino complesso da uve stramature. Con la realizzazione di una nuovissima cantina in tufo, completamente operativa dal 2011, anche le aree di produzione e di invecchiamento sono ora come Giorgio e Renato volevano che fossero.

Da quanto tempo si occupa di agricoltura e con quali risultati?   Dopo gli studi allo IAR di Aosta, sono rimasto in istituto lavorando nella Cantina sperimentale dell’Institut Agricol Regional. Trascorsi tre anni ho iniziato a collaborare con una cooperativa vinicola di Chambave, la Crotta di Vegneron e successivamente con Cave des Onze Communes. Infine nel 2001 sono entrato nell’azienda agricola di famiglia, occupandomi della coltivazione nelle vigne esistenti e della selezione di nuovi vigneti per poter ampliare gli ettari coltivati e arrivare ad essere uno dei produttori di riferimento in una regione piccola e aspra come la Valle d’Aosta.

È soddisfatto, perplesso o preoccupato?    Sono soddisfatto perché faccio quello che più mi piace, perché i risultati iniziano ad essere tangibili e perché la strada che ho intrapreso è stata giudicata, da me ma anche dai miei interlocutori, essere quella giusta. Sono perplesso perché molto spesso le pratiche burocratiche tolgono tempo ed energia alle attività in vigna e in cantina. Sono preoccupato, perché se non lo fossi sarei incosciente in un settore in cui si è nelle mani della Natura.

Perché il mondo rurale ha perso in centralità e importanza negli ultimi decenni?    Perché è più facile sedersi davanti ad un computer o lavorare per otto ore al caldo e all’asciutto. La fatica è di oggi e i risultati di domani, una grandinata, una siccità, un parassita possono fare la differenza. La certezza sembrava, e faccio notare la coniugazione al passato, essere dell’industria, del commercio, dei servizi.

Crede che il comparto agricolo possa restare ancora un settore primario in Italia?   Deve essere così. In Italia non abbiamo materie prime, possiamo dire che l’unico settore primario sia l’agricoltura. Abbiamo ingegno e siamo dannatamente bravi a contrastare avversità e imprevisti, un po’ meno a mantenere le posizioni di eccellenza raggiunte o a garantire che i nostri prodotti non siano malamente copiati.

E lei perché ha scelto di operare in agricoltura?    Me lo domando ogni volta che sorge un problema, e nel corso di un anno ne sorgono tanti, ma mi rispondo quando vedo i risultati della mia fatica, quando tutta la famiglia si riunisce per festeggiare la fine della vendemmia, quando con mio padre assaggiamo una nuova annata.

Un aggettivo per definire il mondo agricolo?    Accogliente. In un non lontano passato è stato lasciato a se stesso, trascurato, violentato. Eppure è sempre disposto a farsi ridisegnare, a farsi riconquistare, a diventare un nuovo ed esigente compagno di avventura.

Un aggettivo per definire invece le associazioni di categoria?    Una sana opportunità di discussione, spesso una inesauribile fonte di litigio. Certamente un notevole filtro su molte delle pratiche extra-vigna ed extra-cantina. Io le vedo un po’ come una suocera con cui facilmente si litiga, ma che spesso ci fa comodo.

Una parola d’ordine per l’agricoltura di domani?   Ripetitività dei risultati. Professionalità. Preparazione.

Se dovesse consigliare a un amico di investire in agricoltura, quale comparto produttivo suggerirebbe?  Con un amico si condividono tempo ed esperienze quindi suggerirei: Vigne e cantina! Qual miglior modo di unire utile e dilettevole.

Un imprenditore agricolo che ritiene possa essere un modello a cui ispirarsi?   Gaja. È bravo, non scende a compromessi, definisce gli standard, il suo lavoro è apprezzato da amici e nemici. Un modello, e non solo per il settore viti-vinicolo.

Un ministro agricolo al quale sente di esprimere pieno apprezzamento?   Mi considero libero pensatore e non ho appartenenza partitica. Per questo motivo desidero citare da una parte Luca Zaia che ha messo buon senso e visione imprenditoriale a disposizione del settore agricolo, dall’altra Paolo De Castro che, al Governo prima e in Commissione Europea poi, si è prodigato per aiutare l’agricoltura attraverso il Piano di Sviluppo Rurale e il Piano Agricoltura Comunitaria attuale.

Le certificazioni di prodotto sono davvero utili al consumatore o lo confondono?  Le certificazioni possono aiutare ed essere utili se sono credibili, ma gli organi di controllo devono essere a tolleranza zero! Chi sbaglia deve pagare e pagare caro perché danneggia tutto il settore per il proprio guadagno o per leggerezza.

Un libro relativo al mondo rurale che consiglierebbe di leggere?    Non credo ce ne sia uno che in assoluto si possa distinguere tra gli altri.

Un libro di narrativa, poesia o saggio che non si può non aver letto?  Amo molto Stefano Benni. È imprevedibile, intelligente, curioso, sperimentatore. Un agricoltore mancato! Più che un romanzo mi piace citare un racconto “Il verme disiscio” due pagine di rara maestria dialettica.

Il libro che in questo momento sta invece leggendo?   Ho appena terminato le letture della stagione invernale, ora c’è da preparare le vigne …...

Perché gli italiani, e gli agricoltori in particolare, non leggono?    Non credo che gli agricoltori non leggano, siamo lettori stagionali!  Il lavoro in vigna è sfibrante, spesso ci fa sentire in colpa perché sottraiamo tempo alla famiglia, le attività in cantina seguono ritmi ferrei. La concentrazione indispensabile alla lettura di qualità deve essere trovata nei periodi di calma.

 di T N

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Sabato 17 Marzo 2012 09:38

Nella GDO piace il vino di qualità

Segnali positivi per il comparto vitivinicolo. Il nettare di bacco di prezzo superiore ai 5 euro registra nel 2011. un +11,1% a volume sull’anno precedente. 

Cannonau, Vermentino e Monica di Sardegna sono i vini in bottiglia più venduti nei supermercati e ipermercati della Sardegna. E il Vermentino si piazza al 13° posto nella classifica dei vini più venduti in Italia nella Gdo.

Le vendite del vino nella Grande Distribuzione risentono ancora della crisi, ma con segnali interessanti come la crescita dei vini nella fascia superiore ai 5 euro che registra nel 2011 un +11,1% a volume sull’anno precedente, confermando che gli italiani, anche al supermercato, comprano meno vino, ma di maggiore qualità.

Se le vendite globali di vino confezionato fanno segnare un - 0,9%, quelle delle bottiglie da 75cl, al contrario, sono in crescita in due fasce di prezzo, quella bassa e quella alta: quella inferiore ai 3 euro, con un moderato aumento dello 0,6% a volume, e quella superiore ai 5 euro con un +11,1% a volume.

L’anteprima dell’indagine condotta da SymphonyIRI Group per Vinitaly (Verona, 25-28 marzo) sul mercato del vino nella grande distribuzione nel 2011 mostra anche che le vendite di vino in brik sono stazionarie, nonostante le promozioni crescenti, che i bottiglioni da un litro e mezzo sono in forte calo, che le bottiglie a denominazione d’origine crescono dell’1,1% a volume con un prezzo medio a litro di 4,1 euro. Si conferma la crescita del vino a marca commerciale delle catene distributive (+11% a volume), in linea con la tendenza degli ultimi tre anni

Interessanti anche le classifiche dei vini più venduti in assoluto nei supermercati: ai primi posti, nell’ordine, Lambrusco, Sangiovese e Montepulciano d’Abruzzo, mentre tra i vini “emergenti”, cioè col maggior tasso di crescita, troviamo al primo posto il Pignoletto dall’Emilia (+29,6%) e al secondo una new entry, il Pecorino da Marche e Abruzzo (+26,5%). Va notata anche la crescita notevole di un vino nobile come il Brunello di Montalcino che aumenta le vendite del 14,8% e di vini di qualità come il Gavi (+ 14,4%) e il Rosso di Montalcino (+11,1%). .

“Il dato sulle vendite del Brunello conferma che i consumatori ormai sanno di poter comprare vino di qualità nella Grande Distribuzione – ha commentato Gianluca Di Venanzo, rappresentante di Federdistribuzione, l’Associazione che rappresenta la maggioranza delle aziende della Gdo, al convegno di Vinitaly e Direttore generale di Despar – Una considerazione confortata dalle crescenti vendite di vino sopra i 5 euro, un segmento ancora contenuto, ma che si sta progressivamente affermando sostenendo l’intera crescita del mercato. La Gdo rappresenta un canale sempre più rilevante per il vino e il cliente è ancor più esigente, per questo crediamo che debba intensificarsi il dialogo con le cantine per migliorare ulteriormente l’offerta di vino ai consumatori”.

Valutazioni analoghe sono state espresse da Virgilio Romano, Client Service Director di SymphonyIRI Group: “Le vendite di vino nella Gdo nel 2011 sono in linea con l’andamento dei consumi di vino nel Paese, con volumi in leggera contrazione e valori in crescita, confermando il trend in atto legato alla ricerca della qualità. Due gli aspetti da sottolineare: l’importanza che hanno i vini con prezzo a bottiglia inferiore ai 3 euro e la conferma della crescita dei vini con prezzo medio-alto (sopra i 5 euro). Si può parlare dunque di polarizzazione nelle scelte dei consumatori, fenomeno osservato nel 2011 in altre categorie, che andrà valutata nei prossimi mesi per misurare l’effetto derivante dal superamento della soglia dei 5 euro nel corso del 2011 ad opera di alcuni attori importanti che potrebbero aver accentuato un trend in ogni caso positivo”.


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Presto il nostro Paese potrebbe vedere il fatturato dovuto ai consumi interni e quello dell'export in perfetta parità. In aumento la richiesta di vino a calice che consente di orientarsi verso le etichette migliori senza costi esorbitanti

Il settore vitivinicolo continua a tirare soprattutto grazie all'export che sta arrivando, a piccoli passi, a pareggiare i conti rispetto ai consumi interni.

10 miliardi di euro il giro d'affari complessivo del settore vitivinicolo, 4 vale l'export.

Gli italiani brindano sempre meno, con un calo dei consumi da 50 a 42 litri/anno pro capite negli ultimi dieci anni. Si modificano anche le tendenze di consumo.

Aumenta nei ristoranti italiani la richiesta di vino al calice, che viene infatti offerto nell'80% circa, degli esercizi. "La crisi economica e le leggi di contrasto all'abuso di alcolici stanno disegnando un nuovo modo di consumare vino nella ristorazione - ha osservato il vicepresidente Fipe, Alfredo Zini -. Si riduce la quantità, mantenendo la qualità del prodotto scelto. Le ordinazioni a "bicchiere" consentono al cliente di orientarsi verso le etichette migliori e, tutto sommato, anche di apprezzarle meglio. Il tutto a vantaggio della salute (medici e dietologi consigliano un bicchiere a pasto) e dei controlli eventuali sul tasso alcolemico all'uscita del ristorante".

Su fronte estero il mercato di riferimento, che vale il 25% di tutto il nostro export, restano gli Stati Uniti, con buone notizie. Le esportazioni italiane sono passate infatti dai 2.221.740 ettolitri, per un valore di $1.076.433.000, del 2010 ai 2.508.790 ettolitri, per un valore di $1.248.491.000, del 2011.

La quota di mercato dei vini importati dall'Italia è risultata del 28,4% in quantità e del 34,3% in valore.

Secondo l'Italian Wine & Food Institute, l'Italia ormai esporta più del triplo della Francia in quantità, circa il triplo dell'Australia e ben sei volte di più della Spagna in valore. Inoltre l'Italia è il paese, fra i primi quattro fornitori del mercato Usa, ovvero Italia, Australia, Argentina e Cile, che esporta il più basso quantitativo di vini sfusi pari a meno della metà del quantitativo esportato da ciascuno dei detti paesi. Inoltre i primi cinque paesi esportatori verso gli Usa detengono complessivamente una quota del mercato dei vini importati pari all'83,1% in quantità ed all'81,3% in valore monopolizzando il mercato.

Positivo per l'Italia anche l'andamento del mercato degli spumanti nel quale l'Italia detiene il primato delle esportazioni con 288.510 ettolitri, per un valore di 176.746.000, con un incremento del 36,4% sia in quantità che in valore.

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Egregio Socio, Gent.ma Socia,

il prossimo 2 Aprile inizierà il  Corso di qualificazione professionale per Sommelier 1° livello, articolato in 17 lezioni, in adempimento alle direttive didattiche dell’A.I.S. Nazionale.

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Lunedì 05 Marzo 2012 07:57

Export vinicolo ai massimi per il Veneto

Particolarmente interessante è il trend di crescita registrato nei paesi a economia emergente: su tutti la Russia con un aumento dell'export del 50%


Le vendite di bottiglie prodotte dsai vitivinicoltori veneti sono raddoppiate negli ultimi sette anni. I numeri parlano chiaro: da 800 milioni di euro del 2005 a 1.600 milioni di euro l'anno passato, con un aumento del 15% rispetto al 2010.

Il Veneto rappresenta da solo il 30% del totale di vino esportato dall'Italia e Verona, con il 56%, è la provincia leader, trascinata da prodotti di grande marchio come l'Amarone e il Soave. In questa classifica Vicenza perde una posizione e si piazza al quarto posto dopo Treviso (23%) e Venezia (11%) con appena il 6,4% sul totale.

Tra i Paesi di destinazione la Germania si conferma leader con oltre 270 milioni di euro di fatturato, seguita dagli Usa e dal Regno Unito. Particolarmente interessante è il trend di crescita registrato nei paesi a economia emergente: su tutti spicca il dato della Russia con un aumento dell'export del 50% rispetto all'anno precedente.

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